La storia della nave che portò un virus mortale alle Isole Canarie nel 1918
Nel 1918, mentre il mondo era travolto dalla devastante influenza conosciuta come “spagnola”, anche le Isole Canarie si trovarono ad affrontare una minaccia sanitaria inaspettata. Una nave in viaggio verso l’America, partita dalla Spagna, si trasformò infatti in un focolaio galleggiante, portando con sé un rischio concreto per l’arcipelago.
Questo episodio, riportato nel libro Epidemia a bordo della scrittrice canaria Mercedes Arocha, ricostruisce una vicenda reale rimasta a lungo poco conosciuta, ma sorprendentemente attuale per le sue implicazioni.
L’epidemia scoppiata in mare
Il piroscafo Infanta Isabel salpò da La Coruña con numerosi passeggeri, molti dei quali in fuga dalle conseguenze della Prima Guerra Mondiale. Durante il viaggio, però, alcuni casi di influenza iniziarono a manifestarsi a bordo, diffondendosi rapidamente tra le persone.
Poco prima dell’arrivo alle Canarie, la situazione era già critica: decine di contagi, diversi casi gravi e i primi decessi. In un’epoca in cui le conoscenze mediche erano limitate e le cure scarse, una simile emergenza rappresentava una minaccia enorme.
Il rischio per Gran Canaria
Quando la nave si avvicinò al porto di La Luz, a Las Palmas, le autorità locali si trovarono davanti a una scelta difficile: permettere lo sbarco e rischiare una diffusione incontrollata del virus, oppure bloccare l’accesso e proteggere la popolazione.
La decisione fu netta. Per evitare una possibile catastrofe sanitaria, fu vietato l’attracco nel porto principale. Una scelta drastica, ma necessaria, considerando l’elevata contagiosità della malattia e la totale mancanza di infrastrutture sanitarie adeguate sull’isola.
Il ruolo del lazzaretto di Gando
Come soluzione alternativa, la nave fu dirottata verso il lazzaretto di Gando, una struttura pensata per la quarantena ma all’epoca poco utilizzata e in condizioni precarie.
Qui vennero trasferiti oltre 500 passeggeri. Le operazioni furono complesse e improvvisate: i malati venivano trasportati con mezzi rudimentali, tra barelle, carri e persino animali da soma. Nonostante le difficoltà, l’obiettivo era chiaro: isolare i contagiati e contenere la diffusione del virus.
Questo intervento, pur con risorse limitatissime, rappresentò un tentativo organizzato di gestione dell’emergenza in un contesto quasi privo di strutture sanitarie moderne.
Una storia documentata e profondamente umana
L’episodio non è frutto di fantasia. È stato ricostruito attraverso documenti d’archivio, testimonianze e registri ufficiali. Tra i protagonisti figurano medici, religiosi e cittadini comuni che si mobilitarono per assistere i malati.
Accanto ai dati e ai fatti, emergono anche dettagli che raccontano il lato umano della tragedia: gesti di solidarietà, assistenza spontanea e perfino momenti di conforto, come quello di una donna che cantava per alleviare la sofferenza dei pazienti.
Cosa insegna questa vicenda oggi
A più di un secolo di distanza, questa storia offre spunti di riflessione ancora validi. Le emergenze sanitarie continuano a rappresentare una sfida globale, e molte delle decisioni prese allora – isolamento, quarantena, limitazione degli spostamenti – restano strumenti fondamentali.
La differenza principale risiede nei mezzi: oggi esistono ospedali, tecnologie e sistemi di controllo avanzati. Tuttavia, alcuni elementi restano immutati, come la necessità di agire rapidamente e la capacità di collaborare di fronte a una crisi.
L’episodio dell’Infanta Isabel dimostra che, anche in assenza di risorse, il senso di responsabilità e la solidarietà possono fare la differenza. Una lezione storica che invita a guardare al passato non come a qualcosa di distante, ma come a una fonte concreta di esperienza da cui imparare.
La storia della nave che portò un virus mortale alle Isole Canarie nel 1918