La guerra in Iran fa salire l’inflazione a marzo al 3.3%


La guerra in Iran fa salire l’inflazione a marzo al 3.3%

L’andamento dei prezzi al consumo ha registrato a marzo un’accelerazione significativa, con un’inflazione annua salita al 3,3%, un punto percentuale in più rispetto al mese precedente e il livello più elevato da giugno 2024. L’incremento è attribuibile principalmente al rincaro dei carburanti, spinto dall’aumento delle quotazioni petrolifere in un contesto internazionale segnato dal conflitto che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele.

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Secondo la stima preliminare diffusa dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE), oltre ai carburanti hanno contribuito alla crescita dell’inflazione anche il rialzo del gasolio e una diminuzione dei prezzi dell’elettricità meno marcata rispetto a quella osservata nello stesso periodo dell’anno precedente. Su base mensile, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dell’1%, riflettendo in larga parte proprio l’impatto dei prodotti energetici.

Al netto delle componenti più volatili, l’inflazione di fondo – che esclude alimenti freschi ed energia – si è mantenuta stabile al 2,7% su base annua, indicando una dinamica dei prezzi più contenuta nei settori meno esposti agli shock energetici. Tuttavia, i dati disaggregati evidenziano una netta inversione di tendenza per i beni energetici, che a marzo hanno segnato un incremento del 7,5% annuo, dopo il calo del 3,1% registrato a febbraio.

Diversamente, il comparto alimentare non ha mostrato variazioni rilevanti legate al contesto geopolitico. I prezzi degli alimenti trasformati, bevande e alcolici sono rimasti stabili al 2,3% su base annua, mentre quelli degli alimenti non trasformati hanno rallentato la loro crescita, passando dal 6,5% di febbraio al 4,8%.

Il Ministero dell’Economia ha sottolineato come la crescente incidenza delle energie rinnovabili stia contribuendo a contenere la pressione inflazionistica. Attualmente, queste fonti determinano il prezzo dell’energia nell’84% delle ore, una quota nettamente superiore rispetto al 25% registrato nel 2019. Questo cambiamento strutturale viene interpretato come un fattore di mitigazione rispetto agli shock energetici, in particolare in un contesto di forte volatilità dei mercati internazionali.

In questo contesto, il prezzo del greggio Brent ha registrato un forte aumento, passando da circa 70 dollari al barile prima dell’inizio del conflitto a valori prossimi ai 110 dollari. Secondo i dati della Commissione Nazionale dei Mercati e della Concorrenza (CNMC), il prezzo del gasolio nelle stazioni di servizio è significativamente superiore ai livelli precedenti allo scoppio della crisi.

Infine, anche l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA), utilizzato per i confronti a livello europeo, ha registrato un aumento del 3,3% su base annua, con una crescita mensile dell’1,5%. L’inflazione di fondo calcolata secondo questo indicatore si è attestata al 2,8%, confermando una dinamica più contenuta rispetto all’indice generale ma comunque in lieve pressione.


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